Una lente d'ingrandimento, un po' introspettiva, mai banale e piena di metafore creative su...beh su tutto in effetti.
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Nome: Nik Lettieri
Un ragazzo a cui piace scrivere, ma ancora di più parlare quindi ben vengano i contatti di msn! ;)
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utente anonimo in Vivi come se dovessi...
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E in effetti proprio da questi ultimi prendo spunto e mi riallaccio fino a trovare veri e propri punti di contatto.
Ad esempio come Schellin, non costruirò una filosofia organica e basata su una costruzione logica, bensì una filosofia prima di tutto etica e morale, riprendendo da Kant la predominanza dell’argomento pratico su quello puro, e guidata solo dal mio genio, inteso come capacità che riunisce la comprensione della natura e della società che ci circonda con le capacità poietiche, cioè di creare qualcosa che vada ad aggiungersi all’infinita moltitudine di oggetti presenti nell’assoluto mondo.
Ecco quindi che inizio a parlare di morale, intesa come insieme di regole del tutto personali e non universalizzabili, che determinano il nostro comportamento. Mi trovo a contraddire Kant e i suoi commentatori sull’universalità della morale per via della costatazione tutta moderna che al mondo non esistono due individui uguali, né due comportamenti uguali. Essendo ogni individuo caratterizzato e condizionato suo malgrado da alcuni degli idola baconiani, che non possono essere distrutti in nessun modo se non in rari casi (ma questa è un'altra storia), ebbene dunque non si può individuare una morale cosi come un comportamento univoco per più di un gruppo ristretto di individui, che cmq saranno accomunabili da questo punto di vista solo macroscopicamente. Le infinite microvariazioni del pensiero umano, infatti, influenzate dalla personalissima storia di ognuno, ad un analisi sufficientemente accurata risulteranno sempre diverse da qualcunque altra.
Premesso questo posso con certezza affermare di trovarmi d’accordo sia con la follia di Erasmo sia con l’idea che Bacone aveva dell’operato umano, e cioè che qualunque azione era buona, poiché continuava la creazione. Ovviamente non può essere sposata cosi com’è questa posizione, poiché innanzitutto resa miope da una visione cattolica o cmq deista del cosmo, e poi perché abbiamo sotto gli occhi ogni giorno tutta una serie di azioni che portano a conseguenze indiscutibilmente funeste, almeno per qualcuna delle parti in causa.
Ecco che però introducendo alcune limitazioni, si riesce a rendere logicamente accettabile il pensiero baconiano.
Ogni azione è infatti buona, se solo si capisce quando smettere di farla.
Ovvero il vero problema non è nel scegliere cosa fare ma nel sapere quando fermarsi.
E’ infatti pieno il mondo di persone che traggono beneficio da eventi e decisioni sconvenienti. Ebbene se ci si ferma ad un punto in cui i benefici prodotti superano i danni, in quel caso possiamo dire che è stata compiuta una azione conveniente.
Possiamo arrivare a dire che perfino l’omicidio è una cosa positiva, se solo ci si ferma all’atto puramente mentale, teorico. Pensare di ammazzare qualcuno può essere infatti un grande sfogo per le nostre tensioni e frustrazioni, ma di certo diventa un’azione pesantemente negativa se si passa alla fase attuativa poiché recherebbe danno sia al malcapitato sia a noi, facendoci con ogni probabilità perdere la libertà.
Qualsiasi esperienza in sintesi può riassunta analizzandone i benefici e i danni prodotti, ed è dal rapporto di questi due ultimi risultati che si ottiene una valutazione complessiva e veritiera dell’esperienza stessa.
Tanto per fare un esempio chiaro e comprensibile, pensiamo al film “Il diavolo veste Prada”. La protagonista passa un periodo infernale al servizio di una donna di pessimo carattere, rischiando addirittura di cambiare il proprio carattere in peggio, riconoscendosi sempre di più in quella donna malvagia che sembra avere tutto nella vita e che invece ad un analisi più profonda non ha niente di veramente importante, ebbene nonostante tutto questo la protagonista riesce a capire quando è ora di smettere, prima di perdere definitivamente il suo carattere e le cose a cui tiene di più, e alla fine trae beneficio da questa tremenda esperienza sottoforma di ottime referenze per il lavoro che davvero le piace.
Il vero problema dell’uomo è quindi riuscire a vedere il limite tra il bene e il male, tra il positivo e il negativo, tra il beneficio e il danno, e in sintesi tra il miglioramento della propria condizione e il peggioramento della stessa.
Di conseguenza il fine ultimo dell’uomo dev’essere di migliorare la propria condizione intrinseca di vita, in materia di affetti, ruolo e inserimento sociale, e soddisfazione in tutti gli altri campi, tra cui il lavoro. Il rischio con una morale di questo tipo è che si scambi l’arricchimento e il conseguente salto di rango sociale con un reale inserimento nella società stessa, intesa come composta da individui e non da classi, e di conseguenza che si porti il lavoro, principale motore di modificazione della qualità di vita, in una posizione cosi preminente su tutto il resto che si finisce per vivere per lavorare invece che lavorare per vivere (Seneca docet).
Anche in questo caso individuare il limite di importanza del lavoro, e dei soldi è fondamentale per non sconfinare nell’idolatrazione di oggetti e terminare il proprio percorso schiavi di essi.
Ecco quindi che se Kant parlava di limiti in tono positivo non aveva tutti i torti, anzi, poneva le basi per capire che anche ciò che è infinito, come il mondo, è in realtà composto da infinite parti finite, all’interno di solo alcune delle quali è propizio per l’uomo avventurarsi.
Ciò che distingue gli uomini di successi dagli infelici è la capacità di decidere in quali di queste infinite parti, con le quali organiziamo anche il nostro pensiero e le nostre azioni, avventurarsi e in quali. Una capacità certo non innata, ma che viene predisposta in gioventù, dove gli errori di valutazione costano assai meno di quelli in età adulta o senile. Ecco quindi che i bambini tenuti e briglia stretta non acquisiranno abbastanza esperienza per arrivare al successo senza essere fatti a pezzi dalle conseguenze delle loro cattive scelte. Ma torneremo sul ruolo e le modalità della pedagogia infantile in un altro capitolo.
In sintesi dunque vivere è un po’ come sciare: per partire e prendere velocità basta abbandonarsi alla naturale pendenza, ma il difficile è imparare e riuscire a fermarsi prima di schiantarsi contro il primo ostacolo che si pone sulla nostra traiettoria