Una lente d'ingrandimento, un po' introspettiva, mai banale e piena di metafore creative su...beh su tutto in effetti.
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Nome: Nik Lettieri
Un ragazzo a cui piace scrivere, ma ancora di più parlare quindi ben vengano i contatti di msn! ;)
utente anonimo in Vivi come se dovessi...
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E’ stato un lungo periodo di silenzio, di inattività se preferite, a cui ha contribuito negativamente anche sta accidenti di maturità enigmistica a cui ci stanno sottoponendo.
Enigmistica per tanti motivi: un po’ le prove, certe domande sono degne solo del miglior Bartezzaghi. Un po’ per il fatto che non sai mai cosa ti capiterà: potrebbero modifcarti la commissione all’ultimo minuto, potrebbero decidere di non dirti subito quando hai l’orale, oppure dirtelo metà adesso e metà in data da destinarsi, potrebbero spostarti di banco e metterti in ordine alfabetico…insomma si può solo tirare a indovinare.
Per fortuna la maturità ha anche un pregio: scrivendo la mia tesina, mi è tornata la voglia e l’ispirazione da blogger.
Ecco dunque la mia nuova creazione.
La robotica, le nanotecnologie, perfino la medicina, tutte queste discipline hanno e stano tutt’ora trovando grande spunto nella natura, specialmente nel mondo animale. Perciò mi sono detto: facciamoci ispirare un po’ anche noi.
Riflettevo sulle prospettive di divertimento di quest’estate, e su quelle dell’anno prossimo e intanto osservavo stancamente i miei 4 gattini (4 paperelle, 4 stelline….) che se ne stavano appollaiati sul muretto della scala, al di la del quale ci sono oltre
E poi ho capito: la vera molla è il solo, puro e semplice gusto di poterlo fare.
Cosi voglio vivere, sul filo, sempre appollaiato in cima alla grondaia della follia, camminando con un piede davanti all’altro sul muretto contenitivo dell’inopportunità, perché cosi ci si diverte.
E non è tanto la rischiosità della situazione che ci rende il divertimento, quanto il gusto di poterlo fare, proprio come i mici.
Me ne sto qui, appollaiato placidamente sul sottile cordolo di delimitazione dello strapiombo e ci sto bene, ragione sufficiente per starci. Il divertimento sta proprio nell’osservare tutti quelli che non sono li dove sono io chiedersi perché io sia li, e non sapere che il vero motivo sono loro, le loro facce e i loro pensieri quando ci vedono lassù.
Ci vuole un po’ di gattitudine in questa vita, per divertirsi un po’, quel gusto di fare una cosa che gli altri non si aspettano, solo per il gusto di farla e sapere che nessuno ti può dire niente finchè sei sul limite.
Mi sento quindi di consigliare a tutti una bella dose di gattitudine, che vi spinga a sentire ed accettare il piccolo rischio quotidiano di stare sul limite, solo per il gusto di non avere la certezza di quello che succederà il minuto successivo.
Mi sento anche di dirvi di non prendere alla lettera le metafore sul muretto sull’orlo del baratro ecc… non si sa mai…
…insomma se il produttore della nuova pubblicità delle cipster, quella dove si randellano e si cartellano alla grande per accaparrarsi le cipster, si sente in dovere di scrivere sotto “procuratevi cipster responsabilmente”, per la serie “don’t try this at home!”…beh ecco forse ho fatto bene a precisare anch’io! :-P
Una città bollente di vita, l’asfalto liquefatto, un puntino color carta da zucchero in un formicaio infinito di attività rallentate dal caldo tropicale fuori stagione.
Guidava verso il sole, da solo nella sua auto, zigzagando tra i veicoli lenti come fossero birilli, imponendosi prepotente sulla strada, la sua strada.
Il sole negli occhi, il parasole che non funziona, e una mano che ogni tanto si tende verso il lato passeggero senza distogliere lo sguardo dal traffico di metà pomeriggio. Febbrilmente cerca, finalmente trova. Afferra con voglia crescente e si porta alla bocca un togo appena sciolto dal sole battente, mentre un alfa nera gli frena bruscamente davanti.
La tranquillità dentro di sé, in simbiosi col motore che fa le fusa sommessamente fermo al semaforo, non aspettando altro che un po’ di verde per scatenare il suo ruggente animo felino.
Una tranquillità che appena qualche minuto prima sembrava cosi sfuggente da non concedere nemmeno speranza. Animo scosso da ogni più piccola cosa, incapace di sopportare la gente, i suoi comportamenti assurdi e devastanti nella loro assoluta casualità e noncuranza. La folla il suo nemico, da schiacciare e lasciarsi alle spalle nel suo carroarmato color carta da zucchero.
Nessuna fretta di arrivare, ma solo di percorrere il prosismo metro, e quello dopo ancora nella netta convinzione che ci sarà sempre un prossimo metro da percorrere al massimo dell’efficienza.
Ma quei metri hanno un nome, quella strada ha un volto. Le auto sotto il sole battente, i pedoni in attesa a bordo pista, tutti capri espiatori di una colpa non loro da cui lui sfugge, visto che non può fuggire da ciò che ha dentro, inciso nella sua mente come un bassorilievo che rivela nuovi lievi particolari ad ogni declinazione di luce.
Un altro togo lascia la sua scatola, medicina per l’anima, e la mente torna vuota. Sfera cava coperta di specchi che altro non fa che riflettere i raggi del sole che impertinente sembra spostarsi per colpire sempre frontalmente i suoi occhi. Le passioni di poche ore prima sono sopite, non ci pensa. Guida soltanto, un metro dopo l’altro cercando di cancellare l’impronta di quegli eventi, evidentissima traccia di quell’evento, ormai portato via dal passare dell’impreciso e sciatto tempo.
L’ultimo semaforo, l’ultimo biscotto, il cioccolato che si aggrappa con le sue ultime forze alla solida cialda, ormai liquefatto dal sole….
Parcheggia, il motore smette di battere, e lui, sentendosi un po’ biscotto, si aggrappa a Chissàcosa fino all’ultimo secondo prima che la portiera si schiuda rigettandolo nel mondo reale, dove il sole da fastidio e 10 chili di sale grosso sono un peso che è concesso avvertire.
L’arte del silenzio
In questi mesi ho avuto l’opportunità di imparare l’arte del silenzio.
Ovvero l’arte di stare zitti, di tacere le proprie ragioni in quei casi dove esporle non sortirebbe alcun effetto positivo, ma anzi comporterebbe solo un peggioramento della situazione.
Non bisogna confondere questi casi con quei momenti in cui ci si trova a dibattere, e magari messi in difficoltà si considera l’opzione di abbandonare, di rinunciare all’ennesima ribattuta.
Non quei casi sono i casi del silenzio.
Essi si verificano invece quando la peggiore delle molte nature umane si manifesta e prende il controllo della mente, e quindi dell’intero essere; quella natura che porta le persone ad arroccarsi sulle proprie posizioni, a difenderle fino a fargli assumere valore di dogma, di verità indiscussa, tale che non si possano, e di fatto non si riescano, neppure a considerare come opzioni valutabili le posizioni altrui. Questi momenti, in cui chi vi sta di fronte accetta di sentire tutto ciò che esce dalla vostra bocca solo in quanto causa ed effetto evidente del vostro torto, e non potrebbe essere altrimenti, visto che ha precedentemente assunto le proprie idee come verità, e come sappiamo non esistono due verità sullo stesso argomento. Ecco quindi che ogni singola parola o pensiero partorito dalla vostra mente, viene immediatamente fagocitato da questa temibile natura umana, che spesso alberga al di fuori dell’essere per momenti anche lunghi, e magari si manifesta solo in determinate condizioni di spazio e tempo. E più vostre parole errate mangia, e più si convince di essere nel giusto, e si convince che voi siete l’errore, la causa certa e provata del male di cui si sta dibattendo.
E’ un fatto, lo è per chi vi sta di fronte, come se avesse una visiera che gli fa vedere ogni vostra manifestazione di pensiero come un’enorme ed evidente falsità, magari mista a malvagità, solo che chi la indossa non la percepisce. Chi ne è vittima percepisce solo la realtà attraverso questa sovrastruttura estrinseca ma perfettamente aderente all’uomo, e la considera, cosi come gli appare, frutto dell’errore, il vostro errore.
In questi casi dicevo non è utile, ne possibile, tentare di dissuadere la vittima di tale natura coprente dalle proprie idee, poiché ogni parola bianca che voi spendete verrà inevitabilmente percepita come nera o rossa, e tratta come tale. Non c’è modo di sconfiggere il demone della certezza interiore, non vi è modo dall’esterno.
E il vostro silenzio sarà colto allora come impossibilità di produrre ulteriori ragioni a sostegno della vostra tesi, che si traduce direttamente nella netta percezione dell’inesistenza stessa di queste ragioni. Certo questo convince maggiormente il “posseduto” di essere nel giusto, nella ragione, ma in effetti anche parlando, l’effetto è lo stesso, con l’aggravante che vi tocca anche sostenere uno scontro, disarmati però.
Il demone, è la causa (e l’effetto) del comportamento tipico umano moderno, di chi fa solo domande di cui conosce già la risposta, poiché se cosi non fosse ci sarebbe il rischio di avere sorprese, magari brutte (ma magari no, è questo il dettaglio trascurato). Capita così che vi troviate magari attirati nella rete da una sottile domanda dall’aria caritatevole, che nasconde però l’insidia più grande: contraddire l’aspettativa di risposta che chi ve l’ha posta si è già creato dentro di se.
Così, è nato.
Così nasce il demone della falsa-certezza-interiore.
Ma la cosa peggiore, se ci pensate, è che in effetti, non potete essere certi nemmeno di non essere voi stessi i contagiati dal demone….
Il cavaliere non sapeva dove si trovasse, e nemmeno gli importava. Era giunto alla meta, solo questo contava ora per lui.
Avvertiva la sensazione di impotenza di fronte a Lei, la sacra coppa del Graal. Sentiva che la sua armatura, all’apparenza cosi salda e sicura, si sgretolava di fronte a quella disarmante semplicità intrisa di potere attrattivo.
Lentamente ogni sua difesa cadde, uno a uno i pezzi di metallo cadevano al suolo con fragore, mentre tutti i suoi sforzi si concentravano nel tentare di capire il celato segreto di ciò che aveva di fronte.
Ed ella stava li, immobile e pur senza dubbio pervasa di vita e gravità, quella forza che a decine attrasse gli uomini di ogni tempo. Non si muoveva eppure sembrava tentasse di comunicare, non mutava nulla intorno ad ella eppure ad ogni sguardo risplendeva di nuova luce.
Pochi passi separavano il cavaliere dalla coppa, eppure non poteva percorrerli. Solo ella poteva concedergli di colmare quell’abisso che li separava, ma ancor non si accingeva a farlo.
Celava il suo mistero dietro a una coltre di immobilità, nessuna iscrizione avrebbe aiutato il cavaliere a risolvere quell’ultimo decisivo enigma, permettendogli di superare l’ultima difesa del Graal. La più potente eppure la più effimera. Aveva buon gioco sul cavaliere seppur non fosse fatta di cose tangibili, perché la coppa sapeva quanto lui la desiderasse.
Quei due corpi in quel luogo erano legati, il cavaliere sapeva che ella desiderava essere raggiunta tanto quanto lui desiderava reggiungerla, ma allo stesso modo avvertiva la sua timida paura che non fossero le mani giuste nelle quali essere stretta…
Entrambi fermi, immobili ad un passo dalla fine di tutto e dall’inizio di tutt’altro, eppure incapaci di alcuna semplice forma di certezza.
Niente e nessuno avrebbe potuto riempire quel baratro sul cui orlo tutti e due esitavano, se non la sincerità di due corpi di materia che si svelano l’un l’altro la propria reale essenza…
…e con essa i loro intenti.
Ed essi si fisseranno cosi, in eterno se necessario, finchè a uno dei due verrà a mancare la paura di perdere tutto il fin’ora conquistato, e si deciderà a rischiare di percorrere quell’ultimo metro di aria e polvere, sperando di non aver perso il favorevole momento.
p.s.: dedicato a tutti quelli che si sentono un po' Graal...
Questo pezzo è dedicato ad una persona dalle mille sfaccettature come il dado che spesso tira, per le cui mani passa il futuro di tanti giovani, che temo non abbia compreso fino in fondo il significato di questa frase bollandola come “la più stupida possibile”. Intendo perciò esporre i miei pensieri con la convinzione che egli ne capirà il signficato senza difficoltà alcuna, ma senza la presunzione che possa trovarsi d’accordo. In fondo l’umiltà è anche questo: pensare che non tutti possano condividere e fare proprie le leggi morali che noi consideriamo evidentemente convenienti ed appropriate.
Arroganza sarebbe pensare di essere l’unico…
E dunque perché vivere come se si dovesse morire domani? Un eccesso di angoscia? Più probabilmente l’esatto opposto direi. Un conto è la consapevolezza di ciò che inevitabilmente accadrà a tutti noi prima o poi, e che per qualcuno potrebbe essere ben prima che poi (facciamo i dovuti scongiuri qui), e un altro conto è vivere con l’angoscia di questo momento.
Si tratta come di una costante da inserire nella formula che usiamo per produrre decisioni, una costante piccola piccola con segno negativo. Per quanto infatti essa non pesi sulla quantità che otterremo alla fine, non facendosi quasi notare ad un analisi macroscopica del calcolo, ecco che interviene tutte quelle volte che avvertiamo l’unicità di una decisione, e quindi dell’occasione da cui essa deriva. Unicità che per sua stessa definizione implica la non ripetibilità dell’evento, inteso come insieme di condizioni esterne che circonda e produce la possibilità di operare una scelta. E’ per questo motivo che entra in gioco il coefficiente C,
Esattamente il motivo per cui quel segno negativo può rendere inutile qualsiasi altro calcolo quantitativo, che magari faceva risultare l’opzione del si abbastanza incerta per essere evitata con prudenza, rendendo di fatto consigliabile rischiare, prendere al volo ciò che passa il convento (o Dio che dir si voglia), per non dover mai dire “potessi tornare indietro…”.
La verità è che un opzione cosi può essere scartata, si può scegliere di non cogliere l’occasione perché tutto sommato il gioco non vale la candela, ma bisogna essere consapevoli che quel sentiero, con ogni probabilità, non sarà mai più ripercorribile. Potremmo non avere un'altra occasione perché in effetti potremmo non avere un altro giorno in cui potercela ricreare. E poi come diceva Erasmo da Rotterdam, la follia è il motore delle azioni umane. Qualsiasi calcolo porta inevitabilmente alla stasi totale, poiché in un calcolo si analizzano solo elementi certi, e l’unica cosa certa in fin dei conti è che ci sarà una fine per tutti.
La seconda parte della frase, “pensa come se non dovessi morire mai”, è solo l’ultimo pezzo per completare il puzzle, l’ultima lettera di una parola, l’ultimo appiglio prima del baratro: un dettaglio indispensabile.
Essa infatti impedisce a chi segue la prima parte della morale di non cadere nell’oscura spirale del fatalismo e dell’angoscia. E’ vero, la morte ha la squallida abitudine di arrivare senza preavviso, ma dobbiamo in realtà credere che rispetti più o meno lo stesso disegno per tutti, anche se poi non è davvero cosi. E’ indispensabile credere questo perché altrimenti vivremmo alla giornata e verrebbe vanificato il più grande dono che ha permesso all’umanità di distinguersi dal resto degli esseri viventi, la lungimiranza; la capacità di pensare in grande, di prevedere eventi e conseguenze con un discreto margine di esattezza. Solo questo ha permesso la vita cosi come la conosciamo noi, e solo questo la farà continuare. La consapevolezza che pur potendo morire domani, nella maggiorparte dei casi è un evento raro che quindi si verifica non cosi spesso e non per tutti. Il che mi sembra una ragione sufficiente per cominciare a programmare, a creare qualcosa non per l’oggi, per il qui e ora, ma per il domani. Questo ha permesso ai grandi uomini della storia di intraprendere progetti che gli sono sopravvissuti, questo solo permette in realtà di sconfiggere il torpore che il troppo pensare alla fine può creare, questo solo permette di sconfiggerla la fine.
Potremmo paragonarlo ad un maniglione anti-angoscia, una sorta di airbag di sicurezza che permette di mantenere l’equilibrio tra le due parti della frase, di fare si che l’ago della bilancia stia sempre puntato sulla virgola che separa le due parti. Non un punto ma una virgola, messa li come un libretto di istruzioni la cui unica indicazione è che si consideri il tutto come parte di un’unica stessa morale, che funziona cioè solo se applicata nella sua totalità e integrità. Qualsiasi altro uso porta a funeree conseguenze, ed è per questo che solo i grandi uomini sono riusciti ad applicarla, o forse è perché sono riusciti ad applicarla che sono diventati grandi uomini.
Chi vi scrive non ha la presunzione di esservi riuscito, peccherebbe di arroganza altrimenti, ma si fa portatore di questa idea, di questa ancora di salvezza per tutti coloro che sono abbastanza sognatori da riuscire a pensare di poter dare una svolta alla propria esistenza mantenendone il controllo quel tanto che basta per evitare gli ostacoli, e lasciando che sia il fato a stabilizzare il contachilometri alla velocità opportuna.
Incontri del terzo tipo, anche non ravvicinati.
Come funziona? Intendo com’è che passi una vita con una persona e non ti dice niente, poi scambi poche fugaci parole con un'altra e ti sembra di aver appena aperto l’anta dell’armadio di Narnia?
O se preferite la mitologia classica il famigerato vaso di pandora, magari depurato dalle sue funeste conseguenze, oppure anche no….in fondo non è importante.
La questione centrale non è l’evento in se, bensì le imprevedibili conseguenze che un qualsiasi evento può avere. Quelle stesse poche parole costituiscono un clinamen nella nostra vita, una sorta di deviazione casuale che rende carta straccia i nostri bei programmi per l’immediato futuro e ci costringe a continue sedute di ripianificazione del proprio futuro…almeno per chi pianifica…
Ha infatti davvero senso organizzare, prevedere, se poi basta una di queste persone clinamen a cambiare le carte in tavola?
Uno magari è anche felice, accasato e appagato, se capite l’antifona, e poi in una notte buia (ne avete mai vista una luminosa??) e tempestosa (ma anche no) la tua linea della vita si scontra con quella di un'altra e per un attimo procedono insieme, come due treni che corrono paralleli…
Puoi scorgere delle pur frammentarie immagini attraverso i finestrini che vengono a coincidere di volta in volta, e poi passano velocissimi concedendo al massimo un istantanea di ciò che sta al di là del vetro.
Ed è mettendo insieme queste impressioni di luce, proprio come tante immagini fanno un video, che riesci ad intuire ciò che sta sull’altro treno, e se non dove vada almeno da dove viene nell’immediato, e magari qualcosa sul percorso abituale di tutti i giorni.
Il problema è che uno su mille di questi treni è quello che vorresti avere preso, su cui vorresti poter salire al volo anche per un breve tratto perché sai che il tuo posto è la. E’ una percezione, un intuizione nemmeno tanto intellettuale, è come vedere il raggio verde al tramonto o l’ultimo bagliore di una lampadina che fonde, la stessa probabilità combinata però ad una potenza deflagrante. E allora sai che sei sul treno sbagliato anche se non ti capaciti di come sei venuto in possesso di questa verità…E’ una rivelazione? E’ il treno che ti sussurra? O forse è l’immagine subliminale che l’occhio coglie ma che alla mente sfugge …
E’ un attimo: lo vedi, lo sai, capisci …ed è troppo tardi per alzarti e correre verso la porta della carrozza e provare il salto o anche solo per poter dare un'altra occhiata.
Anche perchè quelli che sono con te sul treno non vedono, non capiscono e , in effetti, come potrebbero? Rimangono legati ad una inesorabile ed imposta apparente necessarietà degli eventi, esattamente come lo eri tu un attimo prima, ed interrompono la tua intuizione con la leggiadria di attila in una cristalleria e la pertinenza di un rutto in chiesa, senza nemmeno rendersene conto.
Un attimo, due attimi e non c’è più. Il treno è passato, e sai che non tornerà più cosi vicino com’era. Era un caso particolare, una concidenza di spazi e di tempi unica e irripetibile, di cui rimane solo il ricordo di un istantanea di un'altra realtà, vista attraverso due vetri spessi e unti, che probabilmente non arriverai più neanche a sfiorare, proprio perchè cosi diversa di percorso eppure cosi affine come solo due menti, due idee possono essere.
Proprio io…
Per la serie mai dire mai, ecco l’ultima mirabolante modificazione del mio animo.
Dopo un infanzia passata considerando i cosiddetti “artisti” dei sognatori, gente con obiettivi e idee cosi poco chiare da doversi rifugiare in un sogno quasi impossibile, quello di sfondare in campi cosiddetti artistici quali la pittura, il cinema e perché no anche
Li guardavo dall’alto delle mie certezze. Dalla posizione privilegiata che un bambino che a 8 anni guarda l’andamento dei titoli azionari sul sole24ore e sul corriere, e crede di aver già scelto il percorso della sua vita, pensa di avere ragginuto.
E allora me ne stavo al sicuro nel mio piccolo cantuccio fatto di sogno e immaginazione, forse ancora più lontano dalla realtà di quanto non lo fossero quegli aspiranti artisti visionari.
Poi viene il giorno che per caso cominci a scrivere.
Prima uno, poi due poi tanti….tanti scritti, sperimenti nuove tecniche, nuove figure…
Ti accorgi che è l’unica cosa rimasta incredibilmente costante dai 6 ai 19 anni..
C’è sempre stata, li, sopita e dimenticata sotto a una patina di sogno che solo con la ventata dei 18 è volata finalmente via.
E allora ti scopri scrittore mancato…o se preferisci aspirante scrittore…è meno definitivo, lascia qualche porta aperta.
Ti trovi quindi non solo a mischiarti con l’infinita moltitudine di persone che inseguono un sogno assurdo quanto etereo, tale da non potere essere quasi afferrato, e cosi fragile che anche una volta raggiunto non è detto che duri, anzi è facile che si incrini e si spezzi, ma addirittura riconosci che la tua stessa condizione di superiorità che avevi raggiunto nella tua finta sicurezza di chi sa cosa farà da grande, era in realtà ancora più inconsistente e appartente ad un mondo a cui si accede da una porta piccola piccola, in cui crescendo si fa sempre più fatica a passare fino a non riuscirvi più.
Ti auguri allora di riuscire sempre almeno a guardare dallo spioncino di questa porta, per conservare qualche brandello di quell’indole da sognatore-ad-occhi-aperti che ti tenga sempre un po’ sollevato da questo serio mondo, quel tanto che basta per non annoiarti e continuare ad essere capace di stupirti e di stupire.
Fatto sta che ti trovi ad un passo dalla città universale, la città dai mille indirizzi la chiamano. Ma tu non solo non sai dove devi andare, perché ancora non hai scelto, se al Poliquartiere o nei dintorni della Boccostazione, ma nemmeno sai come fare a scegliere.
Una cosa sai e sai fare…(o almeno credi)
…ed è proprio quella che stai facendo ora, fino a questo punto .
Where is can i smoke?
Cosa si impara viaggiando a Oslo
Innanzi tutto probabilmente che l’inglese non va tradotto letteralmente dall’italiano…
(dov’è che posso fumare?)
Ma anche che in fondo tutto il mondo è paese e che cmq, perfino in norvegia, qualcuno che parla italiano lo trovi sicuro…e di solito è una di quelle persone che hai appena preso per il culo ad alta voce!
Perfino stando in ostello si impara che non serve l’alcool per riempire intere serate di minkiate concatenate, e che la potenza di una flatulenza è direttamente proporzionale alla sua silenziosità.
Si impara che le madri di quasi tutti hanno un secondo lavoro, e probabilmente si svolge di notte.
Si impara che
Ma sono le situazioni più inusuali a racchiudere i germogli di sapere più succulenti:
ad esempio ora so che se trovo una renna, devo sparagli una volta a destra e una volta a sinistra, e poi al massimo vado la e le spiego che per le leggi della statistica ora deve cadere a terra fingendosi colpita!
Capisci che se non trovi nessuna informazione sul ponte che collega Oslo a Copenaghen, forse, è perché
Le sale comuni degli ostelli poi sono uno di quei posti dove chi sa osservare può assorbire conoscenza come una spugna.
Ad esempio nonostante la pasta ci sia a quanto pare in tutto il mondo, serve un italiano per farla come dio comanda. Impari che se lasci un sugo pronto italiano, nel barattolo, in giro in un posto popolato da stranieri, non ne trovi due…
O meglio trovi due straniere con due bei piatti di pasta ben conditi che se la godono...
Una grande lezione è che la recettività di una parola di una lingua straniera è direttamente proporzionale alla sua volgarità. Ad esempio una bestemmia, anche semplice, risulta cosi semplice da imparare che perfino un’inglese ubriaca riesce a ripeterla per una sera intera avendola sentita una volta sola.
Esattamente come i modi di dire “puttana” in inglese, che, dopo averli sentiti una volta sola dalla madrelingua, se li ricordano tutti, mentre prova a chiedere Constable…
E sempre stando in ostello impari che gli improperi, di qulsiasi tipo essi siano, in tutto il mondo sono considerati elemento distintivo degli italiani, e tirare giù qualche santo al momento giusto può rendere superflua la carta d’identità!
Ed è invece andando in giro che ti accorgi che generalmente, una volta riconosciuto che sei italiano, e di solito non ci vuole molto, o ti offrono della droga o se ne escono con un bel suono gutturale prolungato di chi ha appena compreso una grande verità che spiega ogni cosa, come se avessi appena descritto loro l’intera storia della tua vita e del perché sei diventato cosi come sei.
Impari che se il sole se ne va alle 15.30 non ti devi stupire se alle 18 trovi una cordialissima ragazza all’angolo di due strade buie che ti chiede se cerchi qualcosa, perché probabilmente sta svolgendo il secondo lavoro di cui si parlava prima…
E soprattutto impari che se il menu nazionale comprende pesce, carne e cavolo annegato nell’aceto, non ti devi stupire se il burger king ti costa come un ristorante, perché evidentemente capiscono di cibo tanto quanto noi capiamo di sporvognsnettet o batforbindelser… (non sono inventate giuro)
Ma è cercando di vivere alla maniera degli indigeni che capisci le grandi verità di un paese. Capisci che se in un paese dove la neve e il ghiaccio fanno da padroni, se devi arrivare tu dall’italia a fare lo show su una pista di pattinaggio e intrattenere tutta la popolazione femminile sotto i 25 anni presente, forse i norvegesi sono meglio a prendere al volo i salmoni mentre saltano che ad approcciare le tipe…
Come si dice: chi ha il pane non ha i denti, e credetemi se vi dico che la norvegia è tutta un enorme panetteria!
E quando trovi finalmente un locale che ti serva qualcosa di più di un succo di frutta gelato anche se non hai vent’anni, ti trovi in una scena degna de “il colore del soldi” (con Paul Newman) sfidato a biliardo da due mediorientali che ti danno le pappine salvo poi offrirti una altra partita, e si prenotano per quella dopo semplicemente abbandonando una cucuzza (o corona che dir si voglia) sul tavolo, come fosse una coda regolamentata, capisci che le distanze tra i paesi non verranno mai annullate, nemmeno con il mezzo più veloce…
E insomma se dopo tutto questo non sei ancora innamorato della norvegia è solo perché sai che se resti li non avrai olte occasioni di rivedere i tuoi mitici compagni di viaggio; gli unici che insieme a te sono riusciti a far sbagliare il cambio della guardia, prendendo per il culo le guardie reali fino a distrarle, e creando ilarità perfino nei norvegesi; gli unici che senza aver toccato alcool e anche unendo le forze, continuano a calcolare la tabellina dell’8 per assonanza, come una filastrocca.
I soli, nell’intero universo, che potrebbero riassumere cosa hanno imparato in tre giorni a Oslo in due parole:
SKIPPERGATA E PORCO D**
raga un disastro sta colonnina tipo autogrill!!
dovrebbe funzionare da pc ma e a meta tra unamacchina da scrivere e una viacard!!
perciø sarø breve e conciso...
che figata di citta oslo! o per lo meno alcuni palazzi i centro, il burger king e il lidl sono molto belli!!
a presto
ho appna scoperto che lo schermo e screen touch!
Nik
Una classe di cerebrolesi - theatre of the absurd - Personaggi: - La Belle Dame sans çervel ( si commenta da solo…) - Alicio (nel paese delle meraviglie, quando ti montano il cervello al contrario) - L’intermediario - Il ripetitore - Io Una classe con pochi studenti Quattro poveri cristi condannati a morte per sottoposizione ad una forza F e un campo magnetico B che non sanno calcolare. Io parlando col ripetitore si rende conto di deficitare degli appunti di italiano Si gira fiducioso verso la Belle Dame sans çervel, seduta qualche fila dietro di lui e glieli chiede. Lui: mi presti gli appunti dell’ultima lezione di italiano per favore? Lei: sguardo vacuo Ripetitore: (con tono scandito e impaziente) gli appunti di ieri di i-t-a-l-i-a-n-o. Lei: sguardo smarrito (ma con chi dei due parlo??). tira fuori il quaderno, lo scruta, guarda i due, apre il quaderno gira un po’ di pagine…poi un altro paio… rivolta a Io comincia un monologo sillabato e labbiale che la rende degna di mangiare un duplo ma, non emettendo alcun suono rende incomprensibile la risposta. Lui: sguardo interrogativo Lei: ricomincia il monologo, se possibile ancora più lungo del precedente condito con ampi gesti Lui: non capisco! Ripetitore: non si capisce nulla! Lui: aspetta! Prende un foglietto di carta, scritto sul retro in matita e bianco sul davanti. Ne stacca un pezzo e dal lato bianco ci scrive un'unica semplice chiara frase in biro nera: “non ho capito cosa hai detto” Si gira verso l’intermediario e gli porge il fogliettino accuratamente piegato in due “Passalo alla Belle Dame” Intermediario: lo osserva brevemente, lo appallottola ben bene e lo lancia alla Dama. (tiro da tre punti in sospensione, a buon fine) Lei: Afferra la pallina di carta atterrata sul suo banco, la apre. La osserva da entrambi i lati, girandola per capire cosa siano le scritte in matita oltretutto tagliate e incomplete. Lui: con ampi gesti “giralo!” Lei: lo gira dalla parte sbagliata Lui: con le mani simula la rotazione Lei: ne esegue una diversa Lui: “ oh la roba in penna!” Ripetitore: “cazzo c’è una sola frase!” (ormai visibilmente spazientito) Lei: finalmente trova la frase, la legge….e alzato lo sqguardo verso Io tenta una nuova conversazione labbiale senza emissione di suoni. Ripetitore: si butta sul banco allibito e sconfortato Lui: espressione facciale eloquente, fa il gesto di scrivere. Lei: capisce e scrive poche parole. Appallottola il foglio. Lui: pensa “forse ci siamo” Lei: osserva il prof intimorita e fa segno che non lancerà la pallina di carta, timorosa della reazione del prof. E qui interviene l’intermediario: si gira sulla sedia in direzione della Dama e a braccia aperte attende il lancio. Lei esita. L’intermediario si sporge per avvicinarsi e ridurre la lunghezza del lancio. Lei si soprge Lui pensa di nuovo “ok, ci siamo” Lei appoggia la pallina sul bordo del suo banco e si ritrae velocemente. L’intermediario Io e il ripetitore insistono a gesti e invettive più o meno interiori a rassicurarla della non pericolosità del lancio di quella piccola e insignificante pallina di carta. Lei finalmente lancia con gesto atletico come solo una Belle Dame sa fare, e la pallina colpisce il bordo del banco dell’intermediario rimbalzando via Io e il ripetitore scoppiano a ridere trattenendo a stento il rumore. L’intermediario in qualche modo recupera la pallina e la porge a Io. La apre, avvicina il viso al foglio, scuote la testa. Il ripetitore tenta di leggere e allibito passa il foglietto al banco dietro per una perizia calligrafica. Il verdetto è: illeggibile. La risposta della Dama consiste in tre parole in matita di cui una cancellata…….”che ci (oppure li) parola cancellata” (non si capisce come una L possa diventare simile ad una C ma evidentemente la Dama si.)” Lui rivolto alla Dama: “che cosa hai scritto? Non si capisce!” Lei: lo so! L’ho fatto apposta! Lui si getta nello sconforto Lei ride. Ripetitore: “che mongola!” Lui, racimolando l’ultimo briciolo di determinazione e pazienza che gli rimane, prende il foglietto e scrive “Non ho capito cosa hai scritto”, e prega che qualche dio doni alla Dama un briciolo di lucidità per portare a termine l’arduo compito. Il prof alza lo sguardo ripetutamente Lui passa il foglietto al Ripetitore: “Passalo” Il Ripetitore lo passa all’intermediario: “passaloaquellacerebrolesaladietro” (labbiale, sottovoce, a velocità doppia) Intermediario: Eh?? (strabuzzando gli occhi) Ripetitore: passaloaquellacerebrolesaladietro!! (tono come prima ma enfatico) L’intermediario mantiene l’espressione di chi non sa che pesci pigliare e intanto tiene il foglietto in mano. Lui spazientito: “oh devi passarlo! Cosa ne vuoi fare di sto foglietto!!??” L’intermediario: “eh, se lui (rivolto al ripetitore) mi dice “sbsbsbsssbsbsbs” …” (simula un biascichio da dentiera staccata con tanto di estromissione di lingua tipo tapiro) Ripetitore ripete la frase a voce più alta e con ritmo rellentato lamentandosi della scarsa capacità cognitiva dell’intermediario. L’intermediario si lamenta dell’uso di parole come “cerebrolesa” in comunicazioni sibilate, e poi passa il foglietto ad Alicio dicendo chiaramente “PASSALO!” Alicio annuendo con il capo APRE IL FOGLIETTO e legge il contenuto. Alza lo sguardo mostrando di non capire il contenuto… La campana pone fine a questo patetico siparietto di “teatro dell’assurdo” anzi di “vita reale dell’assurdo” e salva Alicio dal linciaggio :-P